Then you discover by coincidence that an italian full professor of economics attributes quotes by New York Times journalist Thomas Friedman to nobel prize laureate Milton Friedman. And then you just stand, speechless."
— Myself, tonight, upset.
— Myself, tonight, upset.
ECCOLA! Finalmente svelata la più oscura fonte di puro male che si cela tra i grattacieli che compongono lo skyline di Manhattan…
1) Gli agenti immobiliari. Ecco, questa è una categoria che odio a tal punto che se da un laboratorio si disperdesse un virus che li accoppa selettivamente io stapperei una bottiglia di cedrata Tassoni alla loro salute. Avrei troppe cose malvage da dire su di loro e troppi improperi coi quali coprirli, basti qui sottolineare come il mercato immobiliare stesso di NYC sia il male assoluto: una gehenna fatta di padroni che affittano sottoscala puzzolenti e con cesso condiviso da un plotone di persone per migliaia di dollari, esseri umani costretti per non svenarsi a vivere in un metro quadrato di spazio nonché gente che subaffitta in modo selvaggio, infilando letti sopra armadi o sotto angoli cottura. Bene, gli agenti immobiliari non sono altro che il sottoprodotto di questo universo maligno, sporco e corruttore.
Appena li chiami ti amano come puttane rabbiose e ti incalzano con quell’aggressività yankee che, non so a voi, ma a me non fa altro che inibire ogni acquisto. Una volta poi che vengono resi edotti di quanto sei disposto a spendere, loro, assolutamente noncuranti delle tue finanze - provano ogni trucco per succhiarti più denaro possibile. Il loro stratagemma usuale è portarti in una casa a loro detta meravigliosa che rientra nella tua forbice di prezzo e, una volta arrivati all’indirizzo, spalancano la porta mostrando un cesso di posto inospitale pure per le muffe dell’antartide, con vernice scrostata, mobilio tarlato, cessi intasati da secoli di escrementi. A questo punto, una volta raccolta la tua contrarietà e suscitata la tua profonda nausea, con modi fintamente affranti insinuano che “beh, se i tuoi gusti sono più raffinati ci sarebbe un posticino…costa un po’ di più però”. Il posto in questione è in genere un VERO appartamento, pulito e senza insetti, davanti al quale le ginocchia cedono e si invoca il messia come dinanzi ad una terra promessa. Il problema è che però in genere tale sistemazione esonda dal tuo budget mensile di migliaia di dollari, ma il problema è che in genere si è così prostrati da giorni e giorni di infruttuose ricerche che la mano è molto più svelta a correre verso il portafoglio. Questo loro lo sanno, e trovano sempre il momento propizio per sodomizzare i tuoi risparmi. Infatti, per venire premurosamente incontro alle esigenze del povero pollo, gli agenti immobiliari sfoggiano un ventaglio di mezzi di pagamento illmitati, che variano da ogni tipo di carta di credito a trasferimenti in denaro dai conti che ti ha aperto il nonno per la prima comunione, dai pezzi d’oro e di altri metalli meno nobili alle commodities come grano, soia o nei casi più estremi al sequestro del contenuto della tua borsa…non mi stupirei se avessero pure dei moduli per iscrivere pegno sui tuoi organi vitali.
Per queste ragioni gli agenti immobiliari newyorkesi non li odio solo io o gli altri poveri cristi che, seppur temporaneamente, sono caduti nelle loro grinfie, ma anche Madre Natura stessa li odia e ci avverte della loro natura sanguinaria modellandoli secondo forme grottesche e sgradevoli, affiché ci possano repellere e mettere in fuga, secondo l’antico canovaccio invalso nella giungla. Passando in rassegna i loro ritratti si riscontra infatti una compilation infinita di pance sfatte, di gambe corte che provocano loro quasi un infarto ogni volta che l’appartamento da vedere si trova al quarto piano senza ascensore; di occhi ravvicinati e arcigni; di volti con venuzze violacee rotte sulle gote e sul naso; di vocine stridule che rendono ancora più ardua una contrattazione ad armi pari e infine di una boria da master minds della negoziazione, che non comprendono che la loro forza contrattuale deriva unicamente dal merdoso mercato in cui operano.
Ma, cari fratelli e sorelle, non disperate troppo…esiste un artifizio atto a rendere loro la vita un po’ più difficile e a restituire loro almeno in parte pan per focaccia: come con tutte le bestie voraci, il miglior metodo per neutralizzarle è quello di metterle una contro l’altra, così mentre cercano di sbranarsi almeno noi abbiamo un’occasione di metterci in salvo.
E’ un trucco che si acquisisce con l’esperienza, ma è semplice da mettere in pratica: è sufficiente dire che “mah non sono sicuro della tua offerta, un tuo collega mi ha trovato una sistemazione più a downtown per 100 dollari di meno al mese…”. Mi raccomando, il bluff deve essere realistico, quindi non sparate cifre a casaccio, e anzi condite il tutto con qualche insinuazione che tradisca una vostra natura esperta e navigata, tipo “sai, non ti posso dire chi è lui, ovviamente, però…dai vabbé solo perchè sei un agente giovane e mi simpatico: è uno della [inserire nome di un’agenzia concorrente]… secondo me ha qualche contatto particolare…oh certo che lui è uno stronzo e se posso dare i soldi a te lo preferisco, però mi serve un piccolo incentivo, uno sconticino…”.
Incredibile a dirsi, ho notato che ha funzionato.
Alla luce di quanto illustrato, per concludere non posso non citare il monologo effettuato allo specchio da Edward Norton in un film eccezionale di Spike Lee: “Fuck this whole city and every one in it. From the row-houses of Astoria to the penthouses on Park Avenue, from the projects in the Bronx to the lofts in Soho. From the tenements in Alphabet City to the brownstones in Park Slope to the split-levels in Staten Island. Let an earthquake crumble it, let the fires rage, let it burn to fucking ash and then let the waters rise and submerge this whole rat-infested place”.
Lo sfogo fa NYC per ora si calma un attimo, ma non si estingue. Mai
Take care buddies.
Iaures Bottazzi
(siamo arrivati quasi al gradino più altro del podio e come potevamo, giunti fin qui non guardare nel pozzo nero del disgusto newyorkese e trovarci…noi stessi!)
2) Gli italiani. Gli italiani li riconosci subito: generalmente sono meglio vestiti, hanno per lo meno la camicia di colori diversi dal “viola prugna-lassativa”, dal “giallo muco infettato” nonché dall’immarcescibile “marroncino cacca-merda”. Essi infatti vestono pantaloni di colori normali e soprattutto mostrano una cura di sé molto sopra la media (quanto appena detto non si applica agli italiani hipsters, per i quali v. la puntata precedente…).
Bene, in ogni caso, fine dei loro pregi.Gli italiani sanno infatti essere i più irritanti tra tutti gli stranieri di New York. Quelli che studiano qui sono suddivisibili in varie categorie: esiste una minoranza di geni con la borsa di studio in una top university, che però non incontri così facilmente per strada, in quanto appunto sono a casa o in biblioteca a studiare. La stragrande maggioranza di studenti italiani è invece composta da viziati virgulti dell’alta borghesia industrialotta nostrana, ai quali il “papi con la fabbrichetta” paga un esosissima retta in un college, che - badate bene - non è mai uno dei più rinomati (non sia mai che si debba studiare davvero!), ma al contrario fa parte di quella miriade di scuole mediocri che anche qui servono a parcheggiare i figli di papà.
In questo modo anche i più cafoni arricchiti tra i genitori potranno dire alle cene con gli amici “ué, altro che in cattolica, io c’ho un figlio che studia in america, capito testina?” (versione romanaccia burina: “ahò, ce sta er mi fijo che sta a studià in america, ce costa ‘na cifra però vuoi mette quanto godo a vedé er Ciccia rosicà che er su fijo l’hanno preso giusto ar cepu de’ preti…”).
Accanto a questa perniciosa categoria umana ci sono i turisti, i quali li riconosci subito perchè cercano a tutti i costi di apparire new yorkesi, ponendo in essere atteggiamenti grotteschi che ne tradiscono l’italica provenienza in un nanosecondo: innanzitutto indossano la maglietta I ♥ NY, una simpatica maglietta tessuta in Cina, venduta da pakistani o messicani, che nessun newyorkese si sognerebbe mai di comprare, così come nessun romano si farà mai fotografare insieme al un gladiatore con l’armatura di plastica davanti ai fori imperiali e non avrà mai sul suo comodino la boccetta col colosseo innevato. Inoltre, se volete trovare i turisti italiani, li troverete sempre nei posti più scontati: all’ora di pranzo si radunano al primo ristorante dal nome simile a “Mama Italia Muzzarella Maccaroni” e bestemmiano perché la pasta non è buona come a casa propria (rinunciare per una settimana alla pasta in favore di una delle 100000 cucine dal mondo che si trovano a NY mai, eh?). Il massimo dello sforzo culinario che fanno è l’hamburger, ovviamente preso da MacDonald’s, guai a provare uno dei mille diners che affollano Manhattan: si rischierebbe di mangiarne uno vagamente buono.
Dove vanno questi ameni individui di sera? Semplice: i più anzianotti li vedi a Times square estasiati dalle mille luci mentre si fanno le foto con il mimo vestito come la statua della libertà, e devo dire che tutto sommato li posso comprendere: semplicemente si comportano come la maggior parte dei turisti e per questo li salverei. Al contrario, i giovani mostrano una lungimiranza ben inferiore: li si vede infatti perennemente accalcati in quei tre locali che sono pubblicizzati a livello mondiale in modo massiccio, costano carissimi, ti obbligano ad aspettare mille ore fuori in fila a meno che tu non sia in compagnia di 900 escort, ti spennano ad ogni drink annacquato che prendi e, soprattutto, dentro non sono troppo dissimili dalle discoteche della riviera romagnola (believe it or not, dentro a quei posti non ci suona mai Moby, Aphex Twin o Danny Tenaglia, al massimo una versione ispanica di un DJ Mimmo Esposito qualsiasi…).
Insomma, anche in questo caso, italians do it better…
Iaures Bottazzi
(P.S. Proprio dopo aver scritto questo post, sono andato a mangiare qualcosa da Whole Foods Market, un supermercato che offre una serie di piatti appartenenti alle cucine di tutto il mondo preparati freschi ogni giorno che si possono consumare in un’area ristoro attigua. Bene, di fianco a me si sono seduti una comitiva di romanacci. Ho guardato attentamente, stando attento a non tradire la mia provenienza, cosa avessero scelto di comprare, una volta messi di fronte ad una così ampia varietà di pietanze. Manco avessero voluto fornire apposta materiale umano per il mio post, ho notato che avevano preso solo delle fette di pizza: qualche dozzina, ma solo quelle, e come da copione le sbocconcellavano lamentandosi che su di una “ce stavano troppi peperoni”. Ancora più sorprendente, di fronte all’immenso assortimento di decine di birre diverse da tutto il mondo proposto dal supermercato, essi avevano optato, al pari di qualsiasi fagottaro sulla spiaggia di Fregene in Agosto, per la lattina di Heineken…è proprio vero che se non esistessero gli stereotipi, al mondo non si avrebbe certezza alcuna! I.B.)
(…ed ora permane un solo rovello: quale abbietta categoria potrà mai, dopo cotanta mostruosità umana, piazzarsi al numero 1?)
(prosegue l’allegra top 5 di quello che di certo NON amiamo di NYC…)
3) Gli hipsters. Infestano da sempre il Village come le cavallette, e questo lo si sapeva. Ma il grosso problema è che ormai sono dovunque (specie a Brooklyn!) e sono un fenomeno che cresce con un’intensità ed un effetto deleterio paragonabile ad una delle piaghe d’Egitto. Credono di essere alla moda ma si vestono da schifo, con braghine attillate sopra il ginocchio che una persona sana aborrisce già a tre anni e calzettoni bianchi tirati su che escono da un paio mocassini così brutti, stazzonati e antichi che sembrano sottratti furtivamente alla salma di un qualche avo. Li odio perché, pur abitando in palazzi fatiscenti ad Alphabet City, ostentano una felicità pazzesca di vivere in un appartamento che cade a pezzi, con la doccia intasata di peli pubici e le doghe del letto marce (però hanno ognuno il proprio mac nuovo fiammante, eh..). Il loro habitat naturale è proprio ributtante: li si rinviene quasi sempre in un palazzo le cui scale puzzano di piscia e sono perennemente ingombrate da pezzi di mobili rotti che essi costantemente spostano da un posto all’altro (ma che cazzo c’hanno in casa, un mobilificio dismesso???). Amano infatti ogni cosa purché sia vecchia e rovinata, pure i dischi li giudicano solo in base al loro stato esteriore, che deve essere sbeccato, rigato, con la copertina strappucchiata e sbiadita dal sole fino a rendere irriconoscibile il titolo delle canzoni…per il resto poco importa della musica che vi è incisa, che può essere indifferentemente un album di remix anni ‘80 di Frank Sinatra o una compliation di danze del Baluchistan citeriore, tanto mica lo si ascolta davvero un disco, al massimo lo si appoggia vicino ad un piatto anni ‘70 tutto in legno tarlato, che fa così vintage… Ma soprattutto, hanno tutti ‘sti cazzo di occhiali tipo Rayban a montatura spessa, che io un tempo amavo, ma che, dopo averli visti addosso alla maggior parte delle persone in un intero vagone della metropolitana, ora li odio e in un accesso di autolesionismo credo opterò invece per quelli orrendi e rotondi con lenti viola alla elton john anni ‘80…no, aspetta, non mi dite: sono da hipster anche quelli?????
Iaures Bottazzi
(segue…)
(Proseguiamo con la Top 5 delle cose che odio di NYC, per quelle che amo ci vorrebbe una Top 100…)
4) Il rumore. Detta così sembra una conseguenza logica: prendere un’isola con 27.394 abitanti per km quadrato e pretendere che sia silenziosa è come cercare l’onestà di certi politici italiani o la fidanzata di Freddie Mercury, però a tutto c’è un limite. Andate per esempio a stare in uno di quei punti nevralgici in cui le avenues si incontrano con le streets più larghe e vedrete che sonni beati potrete fare di notte quando sentirete ogni cinque minuti passare un’ambulanza o una sirena dei pompieri. Queste ultime in particolare non sono come le nostre, ma ben più fastidiose: se il lamento di quelle italiane è lento, regolare e sfuma con un effetto doppler che non intacca eccessivamente la tenuta del sonno, quelle che trovi qui hanno uno grido ancora più roco e disperato - quasi chiederessero loro stesse aiuto - che è però a tratti volutamente spezzato da un gridolino isterico che è impossibile ignorare: anche dopo giorni di privazione del sonno, inevitabilmente ci si sveglierà maledicendo tutto e tutti (soprattutto chi i pompieri li ha chiamati).
Iaures Bottazzi
Questa città è oggettivamente meravigliosa, immensa, unica. Ma è unica anche nei suoi aspetti più irritanti, che riescono davvero a disgustarti. Ecco quindi la top 5 delle loathing things in NYC, che metterò su questo sito giorno per giorno:
5) La puzza. Forse quando qualche fighetta italiana o europea pensa alle MILFs di Sex and the City scorrazzare felici per le avenues con in testa solo dubbi amletici come “quale sarà la misura giusta per il pene del mio prossimo uomo?” oppure “come ho potuto uscire di casa se ho le scarpette di un rosa leggermente più pallido di quello della borsetta?” magari pensa che non ci sia nulla di più fashion e regale che una passeggiata sulle avenues di Manhattan.
Quello che però la fighetta non sa è che Carrie Bradshaw e compagnia arrapata, mentre camminano sculettando, molto probabilmente hanno le narici sature di zaffe mefitiche, provenienti dai rifiuti ammassati lungo le strade o dai baracchini che fingono di vendere solo hot dog ma invece friggono ogni porcheria in un metro quadrato di spazio. I miasmi emessi da queste armi di distruzione di massa su rotelline sono capaci di avviluppare e aggredire con un’aroma pungente di cipollazza qualsiasi vestito, specie se fresco di lavanderia.
Divertente pensare che l’acconciatura fashion da centinaia di dollari di Carrie o Amanda rischia ad ogni angolo della strada di profumarsi di cucina di un vecchio ospizio, no?
Pensare che il dubbio amletico di fine puntata possa per una volta essere “ma gli uomini mi rifiutano quando voglio dargliela perché sono troppo commitment-free o perché la mia acconciatura puzza di minestrone?
(segue…)
Iaures Bottazzi
(27 agosto 2011) Ci sarebbe da ridere, con le nuove generazioni, se non ci fosse da piangere perché sono in apparenza parecchio peggio delle vecchie.
“Senti sei lesbica?”
“No, non…”
“Scusa? Non ho capito… (la testa appesantita si appoggia su una mano. L’alito da cantina di Puianello spiega oltremodo la situazione) Scusa, ma sei lesbica?”
“Noo-oo, come te lo devo dire? NON sono lesbica”
“Ah peccato, sai? Se lo eri (sic) ti avrei leccato la patata”
Area Sputnik Festareggio, venerdì notte, concerto dei Verdena finito, gruppetti sparsi nel prato e sulle collinette artificiali che lo circondano su due lati. L’esibizione del gruppo lascia spazio alla discoteca della zona giovani del Pd. Ma d’altra parte, chissenefrega di ballare se da solo lo spettacolo dei fans strafatti costituisce il miglior divertimento della provincia da quando il Fedda ha smesso di fare concerti con gli Svulvor? Il dialogo da educande riportato sopra non è inventato: è pura cronaca, così come lo sarebbe il racconto delle evoluzioni del folle che pochi minuti prima si era spogliato nudo e aveva appoggiato il pisello alla testa di una ignara ragazza-mensola seduta sul prato. Provateci voi ad avvicinare questa gente ai discorsi di Rosy Bindi sulla necessità di non far pagare le tasse alla Chiesa in Italia. Questi sono cazzoni da strapazzo ma all’area giovani di Festareggio è pieno di gente seria, e si trova dietro il bancone del pub a servire gli avventori. Mentre il partito ai piani alti si scervella su come coinvolgere i giovani, allo Sputnik hanno dimostrato di essere un pelino più avanti. Sono tutti volontari e quasi nessuno è iscritto al Pd; da soli, nello stupore generale, stanno portando a casa più soldi dei ristoranti dell’ala “magnamagna” della festa. Gente che ci crede più dei dirigenti da cui non se la sentono di farsi rappresentare. Qualcuno, allo Sputnik, nemmeno voleva le bandiere del Pd. Sono tutti più vicini a Grillo che a Bersani ma quelli di Roma, e pure quelli di Reggio, farebbero bene a starli ad ascoltare: perché senza di loro, il paese resta in mano alla destra. Bisognerebbe far capire a sti ragazzi che c’è una sinistra che è diversa da quella roba lì. Ma c’è davvero?
22 agosto 2011. Dove cazzo è finito Gheddafi? I ribelli a Tripoli non lo trovano, dopo aver messo le mani sulla prole del dittatore che presto verrà a sua volta conciata sul bancone da macellaio delle all news internazionali come in una bella salamoia mediatica prima dell’effettiva macellazione al termine di processi democraticamente-farsa. L’ora x del figlio di nn Gheddafi si avvicina e il fantasma di Saddam Hussein si aggira all’Onu gridando nei corridoi di notte accompagnato da un clangore di catene e tuoni + scoppi di pozzi petroliferi incendiati.
Lo sentite l’odore del sangue? I ribelli non andranno per il sottile. Facile che il rais chieda asilo politico sotto le gonne di qualche Ministra del Governo Berlusconi, un finale degno del livello di rappresentazione più adatto a questo governo: l’orgia alla Tinto Brass. Gheddafi dovrebbe spuntare tra le cosce della Carfagna come l’enorme proboscide che adorna il finale di uno dei capolavori di Brass, Fermo Posta, summa delle piccole perversioni di coppia dell’italiano-capra medio. Un orizzonte erotico da cui non può più mancare il vu cumprà travestito da ammiraglio fino alla pancia e nudo sotto. Mai più senza.
Reggio in questi giorni non regala molto. Ieri notte il comitato di liberazione dal cattocomunismo era riunito in gran segreto a Festareggio, zona ricettacolo fogne nel retro dell’arena spettacoli, enclave rutilante di splendide occasioni per scambisti e guardoni sfortunatamente troppo frequentata ultimamente. Siamo stati capaci di raccogliere questa indiscrezione eccitante: quattro - sissignori, 4 - assessori della Giunta Delrio sono sulla punta della pala. Dall’eterno dimissionario Krescina Katellani, l’ipertricotico fotografatore europeo, a Juna Saxxi, quota spaggiari-crinale, alla meridio-vicesindaca The She-Show al fiero Ugo Ferrari, quello del famoso “la città si ferma qua (ma riprende un po’ più in là)”. Noi tifiamo per la salvezza di Ferrari, in quanto quota di rappresentanza della vecchia politica che presto rimpiangeremo, e votiamo per l’immediata cancellazione della assessora al beauty case della città, Nathalie Maramaldotti, che ci ha tolto una delle più belle occasioni per valutare l’efficienza dello spaccio di droga a reggio, ovvero la Notte Bianca, detta anche Notte in Polvere Bianca per le sue veste e ramificate implicazioni nel mondo della sintesi chimica.
Vasco Rossi dice addio al rock e milioni di italiani lo implorano in ginocchio di ripensarci. Basterebbe questo per augurarsi che gran parte della popolazione nazionale venga divorata da un immenso sciame di cavallette carnivore, o in alternativa che venga colpita da qualche altro supplizio dell’antico testamento. Papa Ratzinger o l’esorcista di fiducia di vostra zia un po’ scema sono decisamente più rock dell’alcolista di zocca, questo paninaro scaduto da trent’anni che ha elevato la patetica maleducazione adolescenziale dell’italiano medio a livello di aulica trasgressione rocckettara. il poeta maledetto del rigurgito post prandiale, l’esteta del peto distorto&lificato. una roba che poteva riuscire solo alle nostre latitudini, un paese in cui si idolatrano fenomeni da baraccone come jucas casella o casalinghe infojate come raffaella carrà: personaggi, questi ultimi, di cui Vasco è un degno surrogato artistico. la sua vita spericolata, tutta fuffa per lobotomizzati, ha arricchito lui e i suoi padroni discografici, ben lieti di spennare senza pietà la massa entusiastica dei fan. Questi ultimi in gran parte gente convinta di essere tanto figa e trasgressiva, inconscia di costituire il branco di pecore da mandare al macello del marketing più feroce. Arroganti piselli mosci che ai festival urlano e tirano bottigliette contro le altre band, teppaglia nemmeno buona per essere adeguatamente tritata e farci una delicata purea. (simone russo)
“Caro Prandelli, hai visto che cosa fanno i miei zampognari ubriaconi alle tue fighette depilate?”
Iaures Bottazzi